La disperazione sperante: Betocchi e Caproni
C’è infine una forma di convivenza ancora più stretta tra la speranza e il suo opposto. In particolare Betocchi e Caproni, nelle loro ultime raccolte, affermano l’intento di abbracciare appieno la disperazione; tuttavia quest’ultima evolve in maniera tale da diventare stranamente simile alla speranza. Viene dunque portata all’estremo la facoltà della poesia di ignorare il principio di non contraddizione. <76 Nel caso di Betocchi tale rovesciamento della disperazione in speranza avviene inizialmente per effetto della fede. Infatti proprio la “nudità” assoluta dell’anima, consapevole della propria miseria, può sfociare nell’incontro col Divino, purché la disperazione venga abbracciata fino in fondo e offerta in dono:
_Non chiamare disperazione
la disperazione,
se non è ancora più forte,
se non è ancora a quel punto
che si spacca,
che s’apre una feritoia,
nemmeno la disperazione
è tua, cèdila
a chi è più forte di te,
attendi, accetta d’esser colmo
del tuo nulla;
scamperai da te stesso,
non saprai come, un altro sarà in te._ <77
Negli ultimi anni d’altro canto Betocchi rifiuta consapevolmente ogni speranza metafisica, che considera una mera «costruzione intellettuale destinata a consolare la disperazione umana».78 In particolare la speranza di una salvezza individuale gli appare insopportabilmente ingiusta, poiché implica una separazione da tutti gli altri elementi del creato. Dunque, in una vaga eco delle teorie di Jonas, egli contrappone alla speranza la carità, intesa come senso d’appartenenza al cosmo e responsabilità nei confronti di tutti gli esseri viventi. <79 Tuttavia proprio la disperazione metafisica appare in Betocchi come la conquista di una nuova e più profonda speranza, giacché egli si sente inscritto in un fluire vitale che supera i limiti individuali. Luzi osserva a questo proposito, dopo la morte dell’amico: «Il divino ritornava verso di lui, ritornava da ogni parte, sotto altra specie, sotto altro nome […] sicché la sua disperazione, qualche volta, gli concedeva un sorriso ineffabile.» <80
Quanto a Caproni, inizialmente la disperazione entra nella sua poesia sull’onda di due lutti, uno personale (la morte della fidanzata Olga), l’altro collettivo (la guerra mondiale). Da qui appunto l’«eclissi della speranza», <81 il senso di un «domani a cui è impossibile un’alba»; <82 sopravvive però una speranza minimale, «ancora troppo piccola e vacillante per potercisi appoggiare e che tuttavia [bisogna] portare a salvamento.» <83 Un’altra incarnazione di questa povera speranza si incontra nelle _Stanze della funicolare_ : «Nel grigio / fiato di tramontana ora un bambino / corre ancora di piume – porta il viso / ad un palmo dai vetri». <84 Questo bambino è, osserva Barberi Squarotti, un’«apparizione del futuro», <85 che viene però inghiottita dal procedere inarrestabile della funicolare. Come in molte poesie di Sereni, dunque, troviamo una coesistenza tra la disperazione preponderante e una speranza che affiora a sprazzi; in seguito però, nel _Congedo del viaggiatore cerimonioso_ , l’io poetico prende risolutamente posizione a favore della «disperanza». <86 Infatti, per citare una frase che Caproni apprezzava particolarmente, «l’uomo deve ormai riconoscere la sua solitudine totale in un universo sordo alla sua musica, indifferente alla sua speranza, come alle sue sofferenze e ai suoi crimini». <87 Perciò deve vivere «senza sperar pertugio» <88, in una disperazione consapevole. Ma ciò significa di fatto approdare allo stato dei morti, gli unici che veramente non sperano: «Moriamo con noncuranza. / Liberi. D’ogni speranza.» <89
D’altra parte, se essere senza speranza significa essere totalmente liberi, ciò conduce a un rovesciamento paradossale: si è liberi anche di sperare. In un certo senso, quindi, essere «morti» può trasformarsi in un modo più peculiare e consapevole di essere vivi, come nella _boutade_ di _Hobby_ :
«Morto di professione / ha un hobby: vivere. / Questo, anche se fa un po’ ridere / salva la situazione.» <90 Si approda così a quella che Caproni stesso ha chiamato «desperatio fiducialis» <91: una sorta di disperazione sperante (la fiducia rientra infatti nella rete semantica della speranza), che si può intendere in diverse accezioni. Anzitutto, dal punto di vista pragmatico, Caproni concorda con Jonas nel proporre una morale della responsabilità contrapposta a quella della speranza. La disperazione infatti porta a valorizzare ciò che si ha, invece di perdersi con lo sguardo nei territori ignoti del futuro; questa è la morale proposta dalla _Prudenza della guida_ , <92 e ripresa poi nei _Versicoli del controcaproni_ : «Tutto è qui, e ora. / La speranza è rimasta / nel vaso di Pandora.» <93 Conseguentemente la disperazione ha per Caproni «un valore sociale, portando l’uomo a risolvere i suoi problemi – di condotta, di giustizia, ecc. – senza veli sugli occhi: senza confidar troppo nelle fate.» <94 Già questa dichiarazione però è paradossale, dal momento che la speranza è alla base della risoluzione dei problemi e del perseguimento degli obiettivi; non a caso Levi riconosceva appunto alla speranza il valore sociale che Caproni attribuisce invece alla disperazione. Viene dunque il sospetto che la «disperanza» caproniana sia una sorta di estremo travestimento della speranza stessa che, pur rinunciando a riconoscere un significato all’esistenza, mantiene implicitamente la convinzione che agire nel mondo abbia un senso. Un’applicazione, ancora, del gramsciano pessimismo teorico e ottimismo pratico.
Il paradosso si amplia ancor più se consideriamo il volto metafisico della speranza. Ci troviamo di fronte infatti al bizzarro «scetticismo teorico e teismo pratico» sintetizzato nell’Inserto del _Franco cacciatore_ : «La solitudine senza Dio […] è l’adito – troncata netta ogni speranza – a tutte le libertà possibili. Compresa quella (la serpe che si morde la coda) di credere in Dio, pur sapendo – definitivamente – che Dio non c’è e non esiste.» <95 Ciò significa, anzitutto, che la disperazione costituisce per Caproni il motore di una ricerca esistenziale inesausta. Non a caso il poeta, scrivendo a Betocchi, osserva che disperazione e speranza, benché opposte a livello teorico, sono comparabili nei risultati, perché entrambe sono «uno stimolo». <96 Come già per Calvino e Sereni, insomma, il vuoto non ha un effetto bloccante ma al contrario libera lo spazio per la ricerca: «Nell’uomo si crea un vuoto esistenziale, e in questo vuoto egli si mette alla caccia di quel che non c’è.» <97
Tuttavia perché cercare quello che si sa non esserci? Forse perché, tacitate le speranze più esplicite e quindi più facilmente negabili, la speranza continua a parlare segretamente _da dentro_ la disperazione. Nonostante le apparenze, infatti, la poesia caproniana infatti ha sempre la speranza in filigrana: vuoi come nostalgia, vuoi come ricerca «in sospensioni e domande [di] una possibile controprova», vuoi come provocazione per assurdo. <98 Appunto per questo la disperazione caproniana possiede le caratteristiche di dinamismo e resilienza che solitamente appartengono alla speranza. Ad esempio il cacciatore del _Fischio_ rinuncia esplicitamente a speranza e paura, ma proprio questo lo sprona ad andare incontro ad un «fischio» misterioso, al mistero stesso della vita e della morte. <99 Peraltro è interessante tracciare un paragone tra questo componimento e il romanzo _Come se_ di Santucci. Il protagonista, Klaus, è certamente disperato, ma proprio la disperazione ‒ o meglio la voce della speranza che parla in essa ‒ lo rende immensamente più dinamico degli altri personaggi. Egli infatti è l’unico capace di affrontare la vertigine della ricerca, mentre tutti gli altri si accontentano di speranze “comode”; <100 e la ricerca passa, anche in questo caso, attraverso la risposta ad un «fischio», associato ancora alla morte. <101 Speranza e disperazione risultano quindi fittamente intrecciate, come sottolinea l’autore stesso: «La situazione di Klaus è una situazione disperata, di fallimento e non recupero», tuttavia la sua morte non è quella «di un uomo che va nel Nulla; […] si profila come un’attesa, un Altrove». <102
Tornando a Caproni, si può dunque intuire come mai la sua «poesia della disperazione» porti con sé «una letizia di fondo». <103 Se da un lato, infatti, il poeta dispera che la tensione al significato trovi uno sbocco, dall’altro tale tensione permane: sopravvive la libertà di interrogarsi e stupirsi, il piacere della «ricerca per se stessa, senza necessità di saper di che cosa». <104 Ma la ricerca è in fondo la traduzione pratica della speranza: è una speranza che continua ad agire sotto altro nome. Come già notava Sereni, la poesia caproniana «si fonda su un’asserzione che dispera di sé e del reale, ma […] vede regolarmente intervenire nell’accertamento dell’esistenza un palpito contrario, un moto impercettibile risalire dal fondo di tanto vuoto.» <105 Nasce così la partita infinita del poeta con se stesso, con Dio e con la speranza, come scrive Barbagallo: «È una partita a uno, essendo assenti (ma non impossibili, almeno a livello di pensieri e di sentimenti) gli altri giocatori, ed è una partita in cui il giocatore si diverte a dare valore positivo e negativo alle carte, in modo irregolare e contraddittorio». <106
Un’espressione emblematica di quest’ambiguità è data dal più celebre tra gli ultimi testi di Caproni,_Res amissa_. La condizione qui raffigurata è disperante: la ricerca non può approdare a nulla dato che il suo oggetto non è soltanto perduto, ma non è stato mai conosciuto. Sembra quindi inevitabile la rinuncia alla speranza («Non spero più ritrovarla» <107); infatti una delle prime stesure presentava il titolo alternativo Spes amissa. <108 Eppure, in quella stessa stesura, il poeta metteva in scena precisamente il ritrovamento della speranza. Il testo infatti, con andamento più narrativo rispetto alla versione definitiva della poesia, descriveva la liberazione di Caproni da parte di una «kellerina» (trasposizione di un episodio realmente accaduto durante un viaggio, nel quale Caproni si trovò chiuso nel bagno dell’albergo e non riuscì a uscire finché una gentile cameriera non venne ad aprirgli <109). Quest’è dunque la riprova di quanto i confini tra disperazione e speranza siano labili: la poesia stessa che afferma la resa della speranza nasce in realtà per narrare il «miracolo» di una liberazione. <110 E verrebbe da chiedersi, citando un’altra poesia della raccolta: «Quale “liberazione”? Dal male che nel profondo d’ogni singolo pone il seme della disperazione?» <111
[NOTE]
76 C. MAGRIS, Utopia e disincanto, cit., p. 28.
77 C. BETOCCHI, Non chiamare disperazione, da Un passo, un altro passo, ivi, p. 327.
78 C. BETOCCHI, Lettera a G. Mazzariol del 4 aprile 1976, in L. STEFANI, La biblioteca e l’officina di Betocchi, Bulzoni, Roma 1994, p. 56.
79 «Da quando ho perduto la speranza di Dio, e mi sono confuso con chi non ha speranza, si è raddoppiata la carità» Ibidem.
80 M. LUZI, Anni di Betocchi, in Carlo Betocchi. Atti del Convegno di studi, cit., p. 20.
81 G. CAPRONI, Il vento ahi quale tenue sepoltura, da Cronistoria, in L’opera in versi, cit., p. 99.
82 G. CAPRONI, Ah, padre i lastricati ancora scossi, da Il passaggio d’Enea, ivi, p. 122.
83 G. CAPRONI, Noi, Enea, in Prose critiche, cit., vol. I, p. 403. Tale speranza trova il suo emblema in Ascanio, il figlio di Enea. A tal proposito cfr. anche G. CAPRONI, “Era così bello parlare”. Conversazioni radiofoniche con Giorgio Caproni, prefazione di L. Surdich, Il Melangolo, Genova 2004, p. 88.
84 G. CAPRONI, Le stanze della funicolare, da Il passaggio d’Enea, in L’opera in versi, cit., p. 139.
85 G. BARBERI SQUAROTTI, Le stazioni della vita, in AA.VV., Per Giorgio Caproni, a cura di G. Devoto e S. Verdino, Edizioni S. Marco dei Giustiniani, Genova 1997, p. 250.
86 G. CAPRONI, Disperanza, da Il conte di Kevenhüller, in L’opera in versi, cit., p. 564.
87 Cfr. l’apparato critico, ivi, p. 1585. La citazione è tratta da Fra il tutto e il nulla di Abbagnano, che a sua volta parafrasa Il caso e la necessità di Monod.
88 G. CAPRONI, Plagio per la successiva, da Il muro della terra, ivi, p. 293.
89 G. CAPRONI, Coda, da Il franco cacciatore, ivi, p. 404.
90 G. CAPRONI, Hobby, da Res amissa, ivi, p. 880.
91 G. CAPRONI, Il mondo ha bisogno dei poeti, cit., p. 96.
92 G. CAPRONI, Prudenza della guida, da Congedo del viaggiatore cerimonioso, in L’opera in versi, cit., p. 247. Il testo è visto da Frabotta come espressione di «chi ha rinunciato al Paradiso e alle palpitazioni della “speranza” e della “paura” [e] staziona a mezza quota». B. FRABOTTA, Giorgio Caproni, cit., p. 106.
93 G. CAPRONI, Esiodo, da Versicoli del controcaproni, in L’opera in versi, cit., p. 719
94 G. CAPRONI, Il mondo ha bisogno dei poeti, cit., p. 185.
95 G. CAPRONI, Inserto, da Il franco cacciatore, in L’opera in versi, cit., p. 421.
96 «Tiriamo avanti, tu volto alla speranza, io alla disperazione, ch’è uno stimolo anch’essa.» C. BETOCCHI – G. CAPRONI, Una poesia indimenticabile. Lettere 1936-86; a cura di D. Santero, Maria Pacini Fazzi editore, Lucca 2007, p. 111.
97 G. CAPRONI, Il mondo ha bisogno dei poeti, cit., p. 236.
98 G. ROGANTE, Dallo «sperso esistere» alla «terra promessa». La poesia del Novecento davanti all’«ultimo orizzonte», in AA.VV., Il canto strozzato. Poesia italiana del Novecento, a cura di G. Langella e E. Elli, Interlinea, Novara 2011, p. 54.
99 G. CAPRONI, Il fischio, da Congedo del viaggiatore cerimonioso, in L’opera in versi, cit., p. 250.
100 Cfr. L. MARZAGALLI, Luigi Santucci, narratore della speranza cristiana, cit., p. 254.
101 Infatti Klaus e il suo amico inseparabile, Mico, avevano stabilito che, nel caso uno dei due fosse morto, avrebbe lanciato un fischio dall’aldilà così da dare all’amico ancora vivo la prova che la vita continua oltre la morte. Per questo Klaus arriva a cercare per due volte il suicidio in montagna, seguendo un fischio ch’egli riconosce come quello di Mico. Il fischio come richiamo dall’oltretomba, del resto, è un motivo reso celebre da Montale nel componimento di Xenia Avevamo studiato per l’aldilà.
102 L. SANTUCCI, intervista in appendice a L. MARZAGALLI, Luigi Santucci, narratore della speranza cristiana, cit., p. 334.
103 G. CAPRONI, Il mondo ha bisogno dei poeti, cit., p. 194.
104 Ivi, p. 162.
105 Citato in G. CAPRONI, Era così bello parlare, cit., p. 227. Scrive anche la Dei: «Al limite della negazione paralizzante subentra sempre la forza di uno scatto, di un nuovo inizio che rimette tutto in discussione su altre basi». A. DEI, Giorgio Caproni, cit., p. 238.
106 A. BARBAGALLO, La poesia dei luoghi non giurisdizionali di Giorgio Caproni, cit. in I. TEODORI, Io, in Giorgio Caproni. Parole chiave per un poeta, cit., p. 118, nota 60.
107 G. CAPRONI, Res amissa, in L’opera in versi, cit., p. 779.
108 Cfr. l’apparato critico, ivi, p. 1707.
109 Cfr. ivi, p. 1687.
110 Ibidem.
111 G. CAPRONI, Domanda, da Res amissa, ivi, p. 902.
**Lucia Masetti** , _Speranza e speranze nella letteratura italiana del secondo Novecento_ , Tesi di Dottorato, Università Cattolica del Sacro Cuore, 2020
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