A Bologna il Tavolo di Rete Bolognina, coordinato dal Quartiere Navile, riunisce 67 soggetti tra Terzo settore, scuole, parrocchie e servizi socio-sanitari. Per crescere un bambino ci vuole un villaggio, dice un proverbio africano. Per accoglierlo anche. Qui il villaggio c'è: sono le maestre e le mediatrici, gli educatori e le insegnanti di L2, ma anche il bibliotecario, l'anziano dell'orto, la vicina di panchina al parco
Per arrivare in Bolognina dal centro storico di Bologna bisogna attraversare i binari. Lo si fa sul ponte Matteotti, che scavalca la ferrovia e porta in un’altra città, oppure passando dalla stazione, che dal lato dell’alta velocità ha un ingresso proprio qui, in via de’ Carracci. **La Bolognina è separata dal centro e insieme ne è la porta, la prima Bologna che vede chi arriva in treno.** Tra via di Vincenzo, via Barbieri e via Lombardi, nel giro di poche strade, ci sono nidi, scuole dell’infanzia, primarie e medie. All’ora di entrata e di uscita le strade si riempiono di bambini, zaini e biciclette, di seggiolini montati sul manubrio e di chi corre perché è tardi. Piazza dell’Unità, con il suo campo da basket e i giochi per i bambini, in realtà è una rotonda: le macchine le girano intorno mentre dentro, un mondo intero la vive. **Tutto ruota, in un’armonia scomposta che rende questo posto interessante nella sua complessità e nelle sue contraddizioni.**
**La Bolognina è nata operaia, a nord dei binari, per le famiglie che salivano dal Sud e dalle campagne a lavorare nelle fabbriche.** Già dagli anni Settanta arrivano i primi lavoratori stranieri; dalla fine degli anni Novanta, mentre le fabbriche chiudevano, gli arrivi da tutto il mondo diventano massicci, attirati anche da una forte presenza di case popolari. Poi sono arrivati gli studenti, per la vicinanza al centro e i prezzi delle case, e negli ultimi anni le giovani famiglie italiane che qui hanno comprato casa. **È uno dei rioni più multietnici di una città in cui vivono persone di 155 nazionalità diverse.** Bambini e ragazzi abitano negli stessi palazzi e si incrociano sugli stessi marciapiedi all’ora di scuola. Non sempre, però, finiscono nelle stesse classi. Nel 2016, dentro lo stesso istituto comprensivo, l’IC5, gli alunni stranieri erano il 63% alla primaria Federzoni, il 53% alle Acri e il 29% alle Grosso.
**La storia di queste scuole racconta come è cambiato il quartiere e come la comunità scolastica ha reagito.** Intorno al 2010, racconta **Daniele Ara** ,**oggi assessore alla Scuola del Comune di Bologna ed ex presidente del Quartiere Navile** , «alle Federzoni c’erano classi in cui i bambini italofoni si contavano sulle dita di una mano». Insegnanti e scuola hanno retto, ma nello stesso periodo è cominciata quella che Ara chiama una «migrazione strisciante» del ceto medio verso altre scuole. **Chi se ne andava non era necessariamente razzista. Più spesso aveva paura: di una scuola che non conosceva, di un’etichetta sentita nel passaparola**. Poi anni di lavoro su accoglienza, curricolo interculturale e rapporto con il quartiere hanno in parte ribaltato lo stigma. Oggi, per alcune famiglie italiane, scegliere la Federzoni è un segno di distinzione: **vuol dire volere per i propri figli un contesto multiculturale, con insegnanti preparati e un comitato genitori attivo**. Intanto la fotografia è cambiata ancora: nel 2024 la media dell’istituto era intorno al 40%, con punte del 50-60% in alcune classi di Acri e Federzoni e percentuali in salita anche alle Grosso.
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**È dentro questa storia che arriva il decreto approvato il 24 settembre dal Consiglio dei ministri.** Dall’anno scolastico 2027/28 fissa un tetto del 30% nelle classi prime per gli alunni con cittadinanza non italiana nati all’estero che non hanno frequentato almeno due anni di scuola dell’infanzia in Italia. Nei casi segnalati dalla scuola prevede inoltre corsi di italiano per i genitori, con multe fino a 1.000 euro per chi non partecipa. Per il governo, distribuire meglio gli alunni favorisce l’integrazione e la qualità della didattica. L’idea di una soglia, però, non è nuova: una circolare del 2010 fissava già il 30%, con la possibilità di derogare. A Bologna la deroga è diventata la regola: solo 4 istituti comprensivi su 22 non la chiedono.
Ara mette in guardia da una confusione. «Se guardiamo solo il numero dei bambini che non hanno la cittadinanza italiana, in alcune classi si supera il 50 per cento. Ma se guardiamo quanti bambini parlano italiano, il dato cambia completamente». **I numeri nazionali gli danno ragione: il 65,4% degli alunni con cittadinanza non italiana è nato in Italia**. Se si contano solo quelli nati all’estero, le classi oltre il 30% scendono allo 0,6%. «Tutto questo non dovrebbe più essere raccontato come un’emergenza», dice Ara. «È diventato parte dell’ordinarietà della scuola».
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**Quell’ordinarietà ha dei volti. Marta Alaimo** coordina programmi di italiano L2 per giovani e adulti e da vent’anni lavora all’inserimento scolastico degli studenti neoarrivati a Bologna. Quando un bambino arriva, racconta, una mediatrice linguistico-culturale e la commissione accoglienza della scuola incontrano la famiglia per capire quanto italiano conosce e che percorso scolastico ha già fatto. «**Non conoscere l’italiano non significa non avere competenze** ». Poi il bambino entra in classe e, due volte a settimana, lavora con un’insegnante di italiano L2. «Non sono ore di recupero», precisa Alaimo. «Il resto del tempo lo passano con i compagni, in classe, in mensa, in cortile. Il desiderio di entrare nel gruppo, avere amici, capire una battuta è una delle spinte più forti a imparare la lingua. Per noi la relazione è parte dell’apprendimento».
**È un sistema costruito in vent’anni da Comune, scuole e cooperative, che oggi raggiunge 22 istituti comprensivi e 15 scuole superiori.** Le risorse non sono infinite e bisogna scegliere: un ragazzo di tredici anni arrivato in terza media ha la precedenza su una bambina di sette, che ha più tempo davanti. «**Nella scuola non esistono scorciatoie: servono tempo e alleanze** », dice Alaimo. «Per questo trovo paradossale che il dibattito pubblico sembri tornato a quello di vent’anni fa. Questo patrimonio dovrebbe essere visibile. Finché resta invisibile, il vuoto lo riempiono gli slogan, e noi che siamo in campo ogni giorno ci ritroviamo davanti un ostacolo nuovo, fatto di paura e di poca fiducia nelle nostre competenze».
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**Ma quando suona la campanella, la scuola non finisce. Le stesse biciclette e gli stessi passeggini si spostano altrove, e lì si vede il resto del rione.** Si spostano verso la biblioteca Casa di Khaoula, aperta nel 2008 in una delle vecchie scuderie dell’Ippodromo dell’Arcoveggio. Porta il nome di una bambina immigrata che aveva chiesto al Quartiere un posto dove fare i compiti e leggere: quella richiesta è diventata un’istituzione pubblica, che oggi ospita anche corsi di italiano per stranieri. Si spostano verso piazza Lucio Dalla, dove da marzo, dentro la Casa di Quartiere Katia Bertasi, c’è la LucioTeca, un punto biblioteca per adolescenti co-progettato con circa 300 studenti delle scuole della zona. Verso il Mercato Albani, dove due chioschi rimasti chiusi per anni sono diventati uno sportello di comunità e uno spazio di aggregazione tra generazioni. Verso gli orti, dove gli anziani del quartiere mantengono l’equilibrio tra le generazioni e raccontano storie di una vita passata in quelle strade. Verso i parchi, dove qualcuno presta un pallone, qualcuno tiene d’occhio i bambini di un’altra, qualcuno fa spazio sulla panchina. E ogni tavolone di legno si trasforma, in modo spontaneo, in un banchetto di odori e sapori da ogni parte del mondo.
Dietro questi luoghi c’è una rete che si è data un nome: il **Tavolo di Rete Bolognina** , coordinato dal Quartiere Navile, **riunisce 67 soggetti tra Terzo settore, scuole, parrocchie e servizi socio-sanitari**. In ognuno di questi spazi l’offerta è pensata per tutti, e nessuno deve spiegare da dove viene per entrare.
**È il metodo bolognese. Questa città accoglie adulti stranieri dagli anni Settanta, e quegli adulti oggi sono parte integrante della sua vita pubblica e politica** : **lavorano, votano nei consigli di scuola, gestiscono associazioni, crescono figli che parlano bolognese.** Intorno a loro sono arrivate, lungo le rotte migratorie, famiglie, giovani coppie, bambini e anziani, e hanno trovato una città che sa vivere nella complessità, per struttura e per natura. **Per crescere un bambino ci vuole un villaggio, dice un proverbio africano. Per accoglierlo anche. Qui il villaggio c’è** : **sono le maestre e le mediatrici, gli educatori e le insegnanti di L2, ma anche il bibliotecario, l’anziano dell’orto, la vicina di panchina al parco.** **Mentre si discute di percentuali, quote e provenienze, un villaggio intero sta già formando la futura società di questo Paese. Che sarà diversa.**
_Credit foto Azeb Lucà Trombetta_
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